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Pasta cu a cucuzza fritta

Quantu è buona a cucuzza r’estati un Vu puozzu diri ne mancu cuntari, adoro la zucchina ma trovo che d’estate sia più buona che mai, in particolare in questo piatto dove il sapore dolce della zucchina viene esaltato e reso protagonista. Questo semplicissimo ma goloso piatto è uno dei più gettonati sulle nostre tavole estive ca a cucuzzedda ruci cu ddu filicieddi ri pasta e u caciu squagghianu ‘mucca! (la zucchina fritta col suo sapore dolce con la pasta e il formaggio si sciolgono in bocca) ed è una vera goduria. Prepararla é semplicissimo e ne resterete piacevolmente deliziati. Eccovi la ricetta :
400g spaghetti, una zucchina, 200gr di caciocavallo fresco, olio evo sale pepe.
Pelate e lavate la zucchina, tagliatela a rondelle e friggetela in una padella capiente con olio evo finché le fettine non risultino ben dorate, salatele e mettetele a riposare in un piattino, tenete da parte l’olio che avete usato per friggere le zucchine, in un tegame cuocete gli spaghetti e scolateli un po al dente fate saltare la pasta nella padella con l’olio che avevate conservato e servite con abbondanti zucchine e caciocavallo grattugiato a tinchitè, gustatela e arricriativi!!

pasta-cu-a-cucuzza-fritta-Cucina-di-Sicilia

Ricetta di Lidia Rappa
Foto: Lidia Rappa

Alessandria della Rocca

Alessandria della Rocca, che sorge a m.533 s.l.m., fu fondata da Carlo Barresi nel 1570, quando il Barresi era signore del castello di Pietra D’Amico, che ancora oggi sorge vicino al paese.
Venne così chiamata perchè sorse sul feudo di Alessandro Presti; inoltre, prima di adottare il nome “della Rocca” si chiamò “Alessandria della Pietra”, appunto dal nome del castello.
Il nome del paese fu definitivamente cambiato nel 1862 in “della Rocca”, sempre per la fortezza che vi sorge vicino.

Venera Eleonora Russo “La storia nei toponimi siciliani”

 

Agrigento

Agrigento è un capoluogo di provincia che sorge in una bella posizione a m. 326 di altitudine, sulla parte alta di due colli contigui, con da una parte il torrente Drago (Hypsas) e dall’altra il torrente S. Biagio (Akragas).
La fondazione di Agrigento risale al 581 a.C., anno della XLIX Olimpiade e venne costruita per opera di coloni rodii di Gela sotto il comando di Aristono e Pistilo.
Il toponimo deriva quindi dal greco “Akragas”, terra alta, dato che Agrigento così appariva ai marinai che provenivano dal Canale di Sicilia.

Venera Eleonora Russo “La storia nei toponimi siciliani”

 

Calati juncu

Calati juncu, ca passa a china
Chinati giunco, che passa la piena

Il giunco è una pianta erbacea palustre che, quando la piena inonda la zona in cui vive, si china docilmente per assecondarne il corso rovinoso, evitando di opporre resistenza per non rischiare di venire estirpata dall’incontenibile furia dell’acqua.

Non sempre affrontare di petto una difficoltà più grande di noi è la scelta giusta: a volte è più saggio accettarla e trovare in noi stessi la forza per superarla.

U cani muzzica

U cani muzzica u scicatu
Il cane morde lo straccione

I vai da pignata i sapi a cucchiara ca arrimina
I guai della pentola li conosce il cucchiaio che mescola

U rispettu è misuratu, cu ni porta n’avi purtatu
Il rispetto è misurato, chi ne porta ne riceve

Ogni amicu ca si peddi è scalinu ca si scinni
Ogni amico che si perde è uno scalino che si scende

L’omu ca non si fa l’affari soi cu la lanterna va ciccannu vai
L’uomo che non si fa gli affari suoi con la lanterna va cercando guai

Modi di dire e proverbi raccolti da: Anita Signorello

Quannu l’amicu nun senti a prima vuci

Quannu l’amicu nun senti a prima vuci, vo diri ca u riscussu nun ci piaci
Quando l’amico non sente la prima voce, vuol dire che il discorso non gli piace

Iniziamo oggi la pubblicazione di modi di dire e proverbi siciliani raccolti dalla Signora Anita Signorello, che per anni con lavoro certosino li ha ripescati fra i ricordi di una vita, offrendoci così la possibilità di apprezzarli e mantenerli vivi nella nostra memoria. 

Quannu i nuvuli vannu a mari pigghiati a truscia e vattinni a lavari

Quannu i nuvuli vannu a mari pigghiati a truscia e vattinni a lavari
Quando le nuvole vanno a mare piglia il fagotto e vai a lavare

Il proverbio evoca una scena del passato che nel terzo millennio è difficile anche solo immaginare: le donne che prima di andare a lavare la biancheria al ruscello o al lavatoio pubblico più vicino guardano il cielo per osservare la direzione delle nuvole.

Se si allontanano verso il mare è segno che non pioverà e al faticoso lavaggio seguirà una perfetta asciugatura al sole; se al contrario, vanno verso la montagna conviene restare a casa e rimandare.

Altri tempi! Oggi il proverbio si potrebbe aggiornare così: “Quannu i nuvuli vannu a mari linchi (riempi) a lavatrici e nesci (esci) cu l’amici”. Certamente un quadretto molto meno idilliaco; ma, vuoi mettere la comodità?

quannu-i-nuvuli-vannu-a-mari-Cucina-di-Sicilia

Antichi mestieri

E ‘nti ‘stu curtigghiu c’è un peri di rosa, Un peri di rosa. Nun la tuccati nuddu ch’è la mia!…. (Nota di lavannari)

Sembra di sentirle queste donne mentre lavano i panni. Lavano i panni propri o a pagamento quelli di altre famiglie. Cantare o spettegolare per alleviare la fatica di un’attività veramente gravosa. E sembra di vederle mentre portano in perfetto equilibrio le grosse ceste o cufina (dall’arabo “quffa) con la biancheria da lavare.

Eredità di memoria di una civiltà ormai scomparsa, i lavatoi sparsi in molti luoghi dell’isola ci narrano pezzi di storia e di usi e costumi di quella vita quotidiana ancora legata alla vita contadina. Luoghi che sono degli esempi ancora vivi di una edilizia architettonica ed idraulica pensata al servizio della popolazione locale.

Antichi o più moderni, fino alle soglie dei primi anni del secolo scorso, i lavatoi sono strutturati in modo che oltre ad avere le vasche di lavaggio e quelle per la raccolta delle acque, fossero coperti da una tettoia al fine di riparare le lavandaie dal sole e dalle intemperie. Dal medioevo fino all’affermarsi in pieno delle forme urbane più moderne era in uso per le donne “criate” e non, di recarsi nei lavatoi per lavare i panni.

Oltre ai più famosi di Ortigia e Cefalù, i lavatoi sono presenti anche ad Acate, Catania, Piazza Armerina dove il lavatoio di origine medievale è composto da 18 vasche in pietra con copertura a padiglione sorretta da capriate in legno.

lavatoio

Testo di Antonella Coco

A pasta cu furnu

Anelletti, pasta al forno palermitana

Che dire, è la regina della tavola, non esiste palermitano che alle parole pasta cu furnu non abbia un sussulto misto ad emozione ed aspettativa! Basta avere un bel piatto fumante di anelletti supercondito ca u sulu ciavuru rievoca tavulati, occasioni speciali e ricordi di famiglia!

La pasta al forno, perché no, prestandosi al trasporto è perfetta anche da gustare in una scampagnata o al mare sotto l’ombrellone, un palermitano a mare lo si riconosce immancabilmente dalla tigghia ri pasta cu u furnu e u muluni ca arrifrisca ammuoddu all’acqua! (Dalla teglia di pasta al forno e dall’anguria in acqua sul bagnasciuga a raffreddare).

Esistono svariate versioni di pasta al forno palermitana ma tutte hanno in comune il tipo di pasta, rigorosamente anelletti, il ragù e i pizzuddicchi ri milinciani fritti (melenzane fritte a tocchetti). Io vi cuntu comu a fazzu iu (vi racconto la mia versione).

Ingredienti: 500 g di anelletti, 300 g di tritato di bovino, 100 g di tritato di suino, 1 carota, un gambo di sedano, 1,5 lt di passata di pomodoro, 600 ml di besciamella (facoltativa), 2 cipolle dorate, un bicchiere di vino bianco, basilico, una melanzana nera, 300 g di piselli, 4 uova sode, 300 g di caciocavallo grattugiato, 300 g di mozzarella, pan grattato, olio extra vergine di oliva, sale, pepe, qualche noce di burro.

Preparazione: tritate la cipolla, la carota e il sedano e fateli rosolare in un tegame capiente con l’olio extra vergine di oliva, aggiungete il tritato, rosolate bene e sfumate col vino; non appena sarà evaporato aggiungete i piselli e fate cuocere a fiamma vivace per qualche minuto, aggiungete la passata, regolate di sale e pepe, aggiungete il basilico e lasciate cuocere a fiamma media per 30 minuti, mescolando di tanto in tanto.

Nel frattempo in una padella friggete la melanzana tagliata a cubetti, salate e mettete da parte. Tagliate le uova sode a fettine e la mozzarella a cubetti. Appena il ragù sarà pronto imburrate una teglia e spolveratela col pangrattato e accendete il forno a 180 gradi. Aiutandovi con un recipiente capace mescolate gli anelletti con tutti gli altri ingredienti e versate il contenuto nella teglia, aggiungete pangrattato e caciocavallo grattugiato, qualche noce di burro ed infornate per 50 minuti.

Un vu pozzu diri ne mancu cuntari quantu è buona a pasta cu furnu, l’ati a tastari pi capiri! Appena si sarà formata una croccante crosticina togliete dal forno e lasciate riposare qualche minuto, va putiti manciari bella cavura o puru fridda sempri buona è! Potete mangiarla calda fumante o fredda, sarà sempre buonissima!

anelletti au funnu 600x300

Ricetta di Lidia Rappa
Foto: Lidia Rappa

La Sicilia: un presepio

“Non ti ricordi che gente contenta c’era nelle belle città che abbiamo girate per la novena dell’altro Natale?”
(Elio Vittorini, Le città del mondo, 1969)

La Sicilia è naturalmente vocata ad essere immaginata come un presepio. Molti paesi della Sicilia anche topograficamente corrispondono ad una rappresentazione naturale del presepe. Chi si addentra nelle zone più interne o anche nella costa non può fare a meno di formarsi l’idea che la Sicilia è tutto un presepe. Ci sono paesi e città della Sicilia qualsiasi sia la posizione geografica, digradanti verso il mare, o arroccati sullo sperone più inaccessibile, come Cefalù, Ibla, Montalbano Elicona, Gangi o Erice che sembrano come dei piccoli presepi.

La sensazione è più forte se si viaggia di notte, quando le luci sembrano piccoli fuochi, accesi lì apposta per il viandante. Come icastiche icone di un tempo passato e che magicamente si ripresentano ai nostri occhi, al viaggiatore che si addentra in uno di questi paesini non può non ricrearsi nel suo animo il senso di una devozione più antica. Diversi e lontani da una Sicilia ricca e barocca questi paesi ci proiettano in un passato nel quale il divino e l’umano non hanno mai interrotto il loro dialogo.

Sicilia-come-presepio

Testo di Antonella Coco